Presepe Romano

La tradizione presepistica romana ha origine idealmente nella seconda metà del V secolo nella Basilica di Santa Maria Maggiore (nota in antico anche come “Sancta Maria ad presepem” o “ad Praesepe”), dove papa Sisto III (432-440) trasferì alcuni frammenti della Santa Culla (tavole di un’antica mangiatoia, tradizionalmente ritenuta il vero giaciglio che avrebbe accolto Gesù nella stalla di Betlemme, ed oggi conservate in una preziosa teca insieme ad alcune pietre della stalla, un po’ di fieno e le fasce che avvolsero il Divino Fanciullo), e dove ebbe origine la consuetudine della messa natalizia di mezzanotte.

Ma la prima testimonianza in assoluto di arte presepiale romana (nel senso di realizzazione plastica) si ha solo con le statue marmoree scolpite nel 1289 da Arnolfo di Cambio e conservate nella cripta della Cappella Sistina della stessa Basilica liberiana (di esse, purtroppo, molte andarono perse o vennero trafugate; rimangono solo quelle dei Magi, di San Giuseppe, del bue e dell’asinello – la Madonna, infatti, è un rifacimento del XVI secolo), che un presepista degno di questo nome non può dispensarsi di ammirare. Affascina immediatamente la realtà espressiva dell’opera, specie nelle statue dei Magi genuflessi, in quella di San Giuseppe, e nelle teste degli animali che fanno capolino da una edicola secondaria.

Celebri furono anche il presepio di Santa Maria in Trastevere, messo insieme per volontà di papa Gregorio IV (827-844)[2], quello del monastero delle Benedettine di Santa Cecilia, e quello della Basilica Vaticana sancito da Giovanni VII (705-707).

Successivamente, nel 1581, le cronache del frate Juan Francisco Nuno ci informano dell’usanza di allestire presepi in svariati monasteri e luoghi di culto, primo fra tutti quello della Chiesa di Santa Maria “in Aracoeli”, dove inoltre – durante le festività natalizie – era assai in voga venerare la statua del “Bambinello”, intagliato nel legno d’ulivo del Getsemani portato dal Monte Sion (Palestina) da un religioso francescano, e trafugata il 1° febbraio del 1994 e mai più ritrovata.

A tale proposito, è interessante ricordare ciò che del presepio dell’Aracoeli (realizzato con statue ad altezza naturale) disse il poeta Giuseppe Gioacchino Belli:
Er boccetto in perucca e manichetti
è San Giuseppe sposo de Maria.
Lei è quella vestita de merletti
e de broccato d’oro de Turchia.
Vedi un pupazzo pieno de fiocchetti
tempestati de gioje? ecch’er Messia.

Secondo una vecchia usanza, che, seppur sottotono, dura tuttora, al cospetto di questo presepio i genitori conducono i loro fanciulli a pronunciare il cosiddetto “Sermone di Natale”.

E siamo al XVII secolo, quando – a sentire una notizia attribuibile allo scrittore Guidobaldo Abbatini – la nobiltà romana inizia ad esporre nei propri palazzi sfarzosi presepi in stile barocco, commissionati ad artisti famosi, tra i quali si annovera lo stesso Gian Lorenzo Bernini del quale se ne ricorda uno realizzato per il Principe Barberini.

Benché la Città sia sempre stata traboccante di chiese, il ‘700 romano non vide un reale movimento presepistico in grado di competere significativamente con ciò che avvenne, invece, nello stesso secolo a Napoli, sebbene si abbiano fondate notizie circa il fatto che ricchi cittadini acquisirono le statue di grande pregio del Mosca e del Sammartino, delle quali, purtroppo, oggi non avanzano che esigui frammenti.

Sappiamo, però, che in alcune signorili dimore si destinavano perfino interi ambienti, con pareti dipinte di azzurro e nuvole che incorniciavano il boccascena, nel quale, per le festività, si inseriva il presepio.
Ma fu all’inizio dell’Ottocento che il presepio entrò prepotentemente nelle case private (oltre che diffondersi capillarmente nelle chiese e nei conventi) e si diffuse quindi a livello popolare, grazie anche allo sviluppo della produzione di statuine a basso costo (resa possibile dalla adozione di stampi per la riproduzione in serie di statuine in terracotta), modellate da una professionalità che stava nascendo “ad hoc”.

Sono tuttavia, in questo secolo, le casate più importanti per condizione sociale a realizzare in gara tra loro i presepi più imponenti e pregevoli: in essi, ricostruzioni di paesaggi biblici o di scorci della campagna romana caratterizzata da alberature di pini, costruzioni rustiche e rovine dell’antichità, costituivano un’atmosfera ideale (arricchita dalle musiche degli zampognari presenti accanto alla scena) da mostrare non solo a parenti e amici ma anche al popolo ed ai turisti, per i quali il segno di “apertura al pubblico” era rappresentato da una ghirlanda di mirto appesa al portone (sulla falsariga delle moderne insegne).
Di queste opere d’arte “stagionali”, famoso è ancor oggi il ricordo del presepio della Famiglia Forti – caratteristico per le sue figure realizzate con una tecnica “rivoluzionaria” per l’epoca: il busto in legno, la testa e gli arti in cartapesta, ed i vestiti di panno reso rigido da un bagno di colla e poi dipinti -, realizzato
sulla sommità della torre degli Anguillara (oggi scomparsa, e che dominava la cosiddetta Casa di Dante a piazza Sonnino), o quello della Famiglia Buttarelli in Via De’ Genovesi, che “fotografava” il paese di Greccio e la scena del primo presepio vivente voluto da San Francesco, o ancora la rappresentazione (parzialmente meccanica) curata da padre Giovanni Antonio Bonelli (uno degli antesignani realizzatori di presepi meccanici) nell’atrio della chiesa dei Santi XII Apostoli, che ricostruiva le città di Gerusalemme e Betlemme e il Lago di Tiberiade solcato dalle barche.

Per quanto riguarda, invece, i più modesti presepi del popolino minuto, si ripiegava sulle più semplici statuine fabbricate nelle fornaci di Santa Maria delle Coppelle, o quelle vendute alla fiera natalizia che si teneva a piazza S. Eustachio (fino al 1872), o ancora presso i negozi di Corso Vittorio e Piazza Navona.
Solitamente di terracotta (rare erano quelle in marmo o legno), erano comunemente chiamate “pupazzi” o “pupazzetti” (analogamente a quanto succede a Napoli, dove i “pastori” stanno ad indicare ancor oggi ogni genere di personaggio, dalla Sacra Famiglia agli zampognari), e di conseguenza gli artigiani che le producevano erano detti “pupazzari” o “bucalettari”.

Tra questi maestri, spiccano il padre di Bartolomeo Pinelli (la cui bottega godeva grande notorietà e presso il quale lavorò anche il giovanissimo futuro pittore della Roma del suo tempo) ed Emilio Paci (1809-1875), le cui composizioni sono oggi in possesso di collezionisti di tutta Europa.
Infine, degna di nota è la fornace della famiglia Sgarzini, che in Vicolo del Cinque (Trastevere) modellò “pupazzi” fin oltre il 1944.

Ma la rassegna presepiale del XIX secolo non finisce qua. Infatti, possiamo ancora avere informazione del “Presepe del Calzolaio” (una messa in scena confezionata da un ciabattino del rione “Regola” che con poca spesa creò un’opera memorabile), ma soprattutto di quello che San Vincenzo Pallotti allestì – nel 1842 – nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle (oggi, le nove statue superstiti, sono utilizzate per preparare il presepio che papa Wojtyla volle in Piazza San Pietro sin dall’inizio del suo pontificato).
La politica economica “low-cost” dei “pupazzari” dell’epoca, però, non compromise affatto il livello artistico dei maestri romani, anzi: numerose furono, infatti, oltre a quelle già citate, le scenografie presepiali a grandezza quasi naturale, principiando da quella composta nell’appartamento dell’avvocato Pasquale Belli a Piazza di Spagna – vivacizzata anche qui dalle musiche “dal vivo” degli zampognari -, sino a quelle di palazzo Borghese dove si potevano ammirare le statue elaborate nel XVIII secolo da Lorenzo Mosca e da Nicola Vassallo.

E siamo ai nostri giorni, al presepismo romano del XX secolo, che si “apre” con le installazioni della Basilica di Sant’Antonio a Via Merulana (dotate di preziose statue dipinte ad olio), per continuare poi – tra la prima e la seconda guerra mondiale – con le composizioni dell’ing. Luigi Antonini per la chiesa di S. Lorenzo in Lucina.

Stilisticamente parlando, la principale peculiarità del presepe romano tradizionale consiste in un marcato richiamo al paesaggio (urbano e agreste) della Capitale, che fa da sfondo alla scena povera della grotta (in sughero, per simulare il tufo), a casolari, locande, rovine e acquedotti, intorno a cui si “muovono” animali e personaggi vari al lavoro, come a voler trasfigurare in un rione capitolino la città di Betlemme. La stessa grotta, è dominata dall’esultanza di legioni di angeli, recanti il cartiglio con la scritta “GLORIA IN EXCELSIS DEO” e ordinati in nove cerchi concentrici, che mettono la Natività al centro della rappresentazione.

Si possono poi riscontrare, ancora, il “Presepe degli Artisti” (allestito nel 1921 presso l’Oratorio del SS. Crocifisso della Galleria Sciarra) e quello, assai particolare dell’anno seguente, che il gen. Borgatti impiantò nell’Oratorio prossimo alla Chiesa di S. Maria in Traspontina (in esso, la grotta era pensata secondo un fitto reticolo di stalattiti che si aprivano su un cielo notturno di un blu intenso).

A partire dalla seconda metà del Novecento, la scenografia cambia radicalmente, e alla convivenza di un paesaggio urbano e/o agreste si preferisce sostituire la sola rappresentazione di caratteristiche zone della “Roma sparita”, da poco abbattute in favore della crescente richiesta di urbanizzazione.

Da ricordare, infine, ma non ultima per importanza, la bella esperienza (che negli anni è andata approfondendosi, sia dal punto di vista prettamente religioso che umano e culturale a più vasto raggio) presso la chiesa di San Marcello al Corso, dove ancor oggi un giovane artista realizza una speciale sintesi tra passato e futuro, presentando ogni anno un particolare affresco della Roma della seconda metà dell’Ottocento, così come la ce la tramandano gli acquarelli del pittore romano Ettore Roesler Franz. Stessa idea su cui si fonda anche l’opera dei realizzatori del Poligrafico dello Stato, che da 40 anni (e precisamente dal 1965) creano un presepio di ambientazione romana con statue del Settecento.

Per finire, non possiamo esimerci dal ricordare il presepio dei Netturbini: costruito per la prima volta nel 1972 da Giuseppe Ianni, la popolarissima messa in scena – che raggiungerà il prossimo Natale il prestigioso traguardo dei 33 anni di vita – ha avuto tra i suoi più assidui visitatori anche il defunto pontefice Giovanni Paolo II.

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