Significato dei pastori del presepe napoletano

Tra miti e leggende: alla scoperta dei pastori del presepe napoletano…
I simboli del presepe:
La natività, la grotta, il pozzo, la fontana, il ponte, il mulino, l’osteria.
I pastori del presepe:
I Re Magi, la Lavandaia, la Zingara, il Pescatore e il Cacciatore, i Venditori del presepe, i Giocatori di carte, Benino.

I SIGNIFICATI DEL PRESEPE:

Presepe Casa Di Costanzo 2018il presepe napoletano può essere analizzato in base a diversi approcci:
In rapporto al mito: il presepe, infatti, costituirebbe il relitto culturale di miti e riti, di cui si è persa la memoria;
In rapporto al simbolo: nel presepe sarebbero, infatti, presenti significati, valori, magari di tipo transculturale, sotto forma simbolica e allegorica;
In rapporto alla tradizione: nel presepe sarebbero presenti temi, motivi, credenze, forme dell’ “imagerie popolare”.
Il presepe napoletano, per la complessità e varietà delle sue forme e delle sue apparenze, in quel succedersi e intrecciarsi irrefrenabile di natura e di mito, di realtà e di fantasia, viene a configurarsi come quanto di più sregolato e innaturale si potesse produrre nella Napoli del tempo.

LA NATIVITA`:

nel calendario Giuliano, il 25 dicembre, riconosciuto come il solstizio d’inverno, era considerato come la nascita del sole, perché, a partire da quella data, i giorni cominciano ad allungarsi e la potenza del sole ad aumentare.
Il rito della Natività come si celebrava in Siria e in Egitto era veramente notevole. I celebranti si ritiravano in certi santuari interni da cui, a mezzanotte, uscivano gridando: «La Vergine ha partorito!».
Gli Egiziani rappresentavano il sole appena nato con l’immagine di un infante. La Vergine, che aveva dato alla luce il bambino divino, il 25 dicembre, era la grande dea orientale, che i Semiti chiamavano Vergine Celeste o, semplicemente, Dea Celeste.
Anche la nascita di Mitra, identificato col sole, il Sole Invincibile, aveva luogo il 25 dicembre. Moltissime mitologie eroiche hanno una struttura solare.
L’eroe è paragonato al sole; con il sole lotta contro le tenebre e discende nel regno dei morti, uscendone vittorioso.
Il sole è l’intelligenza del mondo e Macrobio identifica il sole in tutti gli dei del mondo greco-orientale, da Apollo a Giove, fino ad Osiris, Orus e Adone.
I Vangeli non ci dicono nulla sul giorno della nascita di Cristo e anche la Chiesa primitiva non la celebrava. Inizialmente, fin quando all’inizio del IV secolo non fu stabilito che tale data fosse il 25 dicembre, la chiesa celebrava la nascita del Salvatore il 6 gennaio.
I Padri della Chiesa, costatando l’uso di accendere fuochi e festeggiare il 25 dicembre, per celebrare la nascita del sole, usanza a cui partecipavano anche i cristiani, tennero consiglio e decisero che la vera Natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la festa dell’Epifania il 6 gennaio. Sant’Agostino fa un’allusione all’origine pagana del Natale, allorché esorta i fratelli cristiani a non celebrare, in quel solenne giorno, il sole, come facevano i pagani, ma a celebrare Colui che creò il sole.
Il Natale è la nascita per eccellenza, nascita splendente e miracolosa quasi in contrapposizione alla natura che, in questo periodo è addormentata, avvolta dal freddo e pervasa dalle tenebre che, finalmente, vengono squarciate dalla nascita di un umile Bambino, un piccolo sole che sconfigge il buio e fa trionfare la vita sulla morte.

LA GROTTA:

Grotta del presepeal centro, nel luogo più basso, si trova la grotta con altre grotte laterali di proporzioni ridotte, in cui vi sono le greggi con il pastore, nell’atto di scaldarsi accanto al fuoco, animali da cortile, mucchi di paglia.
Impervi sentieri conducono dalle montagne alla grotta, simbolo materno per eccellenza, luogo della nascita miracolosa; un viaggio in “discesa”, dall’alto verso il basso, un viaggio verso il sotterraneo, le viscere della terra, ove, vincendo le angosce della discesa nel buio, si partecipa alla nascita del sole, del trionfo della luce sulle tenebre, della rinascita della natura sull’inverno.
A volte il presepe presenta una struttura a torre dove, dal punto più alto su cui è arroccato il castello di Erode, si procede a spirale, anche essa simbolo di vita e di rinascita, al luogo più basso ove, in primo piano, è ubicata la grotta. La grotta viene a configurarsi come un incerto confine tra la luce e le tenebre, la nascita e l’informe mondo che la precede ma, anche luogo di ingresso alle tenebre, agli inferi, al mistero della morte. Non a caso, nella mitologia, la porta d’accesso all’Ade, al tenebroso mondo degli inferi, è una grotta. La grotta è mondo magico se letta in riferimento all’antro della Sibilla Cumana o, se si pensa ad una popolare leggenda che circola nel napoletano secondo cui Virgilio, dotato di poteri magici, in una notte, con l’aiuto di potenze sovrumane, costruì una grotta che mettesse in collegamento Pozzuoli con gli abitanti dei paesi limitrofi.
La tradizione che vuole Gesù nato in una grotta è attestata in Oriente già nel II secolo, mentre in Occidente compare solo due secoli dopo, soppiantando completamente la tradizione della Nascita divina in una stalla o capanna.

IL POZZO:

Il pozzo del presepeè uno degli elementi più ricorrenti nella tradizione perché rappresenta il collegamento tra la superficie e le acque sotterranee. Ad esso si associa la Madonna, per cui in Campania diverse chiese si intitolano alla «Madonna del pozzo» (Somma Vesuviana, Castellammare ecc.).
Alla figura del pozzo si richiamano, inoltre, molte altre credenze e leggende natalizie. Una volta ci si guardava bene dall’attingere acqua dal pozzo nella notte di Natale.
Si credeva, infatti, che quell’acqua contenesse spiriti diabolici capaci di possedere la persona che l’avesse bevuta.
Secondo un’altra superstizione si affermava che nei riflessi dell’acqua attinta apparissero le teste di tutti coloro che sarebbero morti entro l’anno.
Nell’Avellinese, inoltre, si raccomanda ai bambini di tenersi lontani dai pozzi nelle sere delle festività natalizie, perché in quel periodo è in agguato un essere demoniaco detto «Maria ‘a manilonga» la quale allunga le mani dal pozzo, cattura gli incauti bambini e li trascina nelle profondità delle acque sotterranee.
Sempre nella stessa zona si racconta che alla mezzanotte della vigilia di Natale sui ferri dei pozzi appare «’a papera cugliuta» ossia un’oca con smisurati attributi mascolini, la quale spaventa a morte coloro che hanno la sventura di guardarla.

LA FONTANA:

Fontana del presepele scene in cui si colloca LA FONTANA, egualmente ricorrenti, sono rappresentazioni magiche, relative alle acque che provengono dal sottosuolo. Nelle favole popolari la fontana è luogo di apparizioni fantastiche o di incontri amorosi.
La donna alla fontana, inoltre, è attinente alla figura della Madonna che, secondo varie tradizioni, avrebbe ricevuto l’Annunciazione mentre attingeva acqua alla fonte.
Nel Vangelo dello pseudo-Tommaso si legge: «Il giorno dopo, mentre Maria stava presso la fonte a riempire la brocca, le apparve un angelo del Signore e le disse: – Beata tu sei o Maria, perché nel tuo ventre hai preparato un’abitazione al Signore!» (I Vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1990, P. 76).
Insomma, l’Annunciazione di Maria alla fontana è antichissima rappresentazione popolare, derivata dai Vangeli apocrifi.

IL PONTE:

Ponte del presepealtro elemento ricorrente nella rappresentazione presepiale, è noto simbolo di passaggio ed è collegato alla magia.
Alcune favole raccontano di ponti costruiti in una sola notte per opera dei diavoli; in altre, si narra di tre bambini, di nome Pietro, uccisi e seppelliti nelle fondamenta della costruzione allo scopo di tenere magicamente salde le arcate.
Esso è perciò transito e limite che collega il mondo dei vivi a quello dei defunti, è luogo di spaventosi incontri notturni che si verificano
in special modo nel periodo natalizio. Vi appaiono il lupo mannaro, la monaca con la testa mozza dell’amante decapitato, i suicidi che da lí si sono gettati, i morti giustiziati, gli impiccati ecc. In riferimento al segno del ponte, a Grottaglie e a Napoli, nel giorno dell’Epifania il presepe si arricchiva di una singolare scena. Vale a dire che lí, dove è situato un ponte fra due dirupi si collocavano dodici figurine di confrati scalzi e incappucciati, che mostravano il pollice della mano sinistra fiammeggiante: essi rappresentavano i mesi morti o i dodici giorni del periodo natalizio, che, al seguito dei Magi, ritornavano nell’Aldilà.

IL MULINO:

il significato simbolico del MULINO comporta una lettura alquanto complessa. Emblematico è il segno delle ruote o delle pale che girano come raffigurazione del tempo. Chiara è l’allusione al nuovo anno, immaginato come una ruota che riprende a girare.
Del mulino, poi, è significante, nel senso infero, la macina che schiaccia il grano per produrre bianca farina, che, come è noto, è antica simbologia della morte (difatti del medesimo colore sono gli abiti da sposa, i confetti, i dolci natalizi, il camicione di PulcinelIa ecc.). Ma la farina può assumere anche valenza positiva, per il fatto che diventa pane, alimento indispensabile al nutrimento di tutti (si ricordi che Cristo è detto «Pane della vita »).
Inoltre, anche per il mulino riscontriamo un riferimento mariano sia nel culto locale alla «Madonna del setaccio» (una raffigurazione di Maria vestita di bianco con un setaccio tra le mani) sia in quello alla «Madonna del mulino» che si venera a Lugo.

L’OSTERIA:

Osteria del presepeassomma in sé una complessità di significati, riconduce, in primo luogo, ai rischi del viaggiare. Infatti, anticamente, percorrendo lunghi e faticosi itinerari in carrozza, a cavallo o a piedi, si era obbligati a sostare di notte presso un’osteria per rifocillarsi e riposare.
Nel repertorio narrativo ricorrono figure di albergatori malvagi che avvelenano o uccidono nel sonno gli sventurati viaggiatori.
In una leggenda napoletana si narra di un oste che nei giorni precedenti il Natale ammazzò tre bambini, li tagliò a pezzi e li mise in una botte, con l’intento di servirne le carni agli avventori,
spacciandole per filetti di tonno. Ma giunse all’osteria san Nicola che ricusò di mangiare, benedisse quei miseri resti e resuscitò i tre bambini.
Sull’argomento della spaventosa leggenda le donne napoletane cantavano una nenia per addormentare i bambini, denominata «’o lagno ‘e Natale» (la lamentazione di Natale):
Santu Nicola alla taverna jeva
Era vigilia e nun se cammarava.
Inoltre, l’osteria del presepe allude al viaggio di Giuseppe e di Maria in cerca di un alloggio, episodio che nella Cantata dei Pastori si sviluppa con il diavolo Belfagor, travestito da oste, il quale tenta di adescare la sacra coppia per sopprimere la Madre vergine.

I PERSONAGGI DEL PRESEPE

I RE MAGI:

Re Magi del presepeSono i nobili del presepe e sono rappresentati sui tre rispettivi cavalli dal colore bianco, rosso o baio, e nero.
Nelle favole campane tale cromatismo simboleggia l’iter quotidiano del sole: bianco per l’aurora, rosso o baio per il mezzogiorno, e nero per la sera e la notte. I Re Magi, rappresentano il viaggio notturno dell’astro, che termina lí dove si congiunge con la nascita del nuovo sole bambino.
D’altra parte, in senso solare va interpretata la tradizione cristiana secondo la quale essi si mossero da oriente, che è il punto di partenza del sole.
La simbologia solare dei Re Magi era chiaramente espressa in passato, quando al loro corteo si aggiungeva una figura femminile detta “LA RE MÀGIA”, evidente rappresentazione della luna che segue il viaggio notturno dei tre sovrani. Essa veniva raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi, e, secondo la tradizione, rappresentava la fidanzata fedele del Re moro (altra simbologia della notte).

LA LAVANDAIA:

Lavandaia del presepepersonaggio caratteristico della nostra tradizione presepiale.
Come testimone del parto verginale di Maria, essa deriva da sacre rappresentazioni medievali, dall’iconografia orientale e da tradizioni cristiane extraliturgiche.
Secondo la versione dei Vangeli apocrifi la Madonna fu visitata, al momento del parto, da più levatrici, ma solo una di esse volle accertarsi della sua verginità osando toccarla.
Nel protovangelo di Giacomo si legge: «E la levatrice uscí dalla grotta e Salomè si imbatté in lei.
Ed ella disse: – Salomè, Salomè, una vergine ha partorito, ciò di cui la sua natura non è capace -.
E Salomè disse: – Com’è vero che Dio esiste, se non metterò il dito e non esaminerò la sua natura, non crederò mai che la vergine ha partorito» (A. Di Nola, Vangeli apocrifi, Ed. Lato Side, Roma P. 47).
La conseguenza di quel gesto fu che la mano, che aveva tanto osato, rimase incenerita all’istante; guarí solo dopo aver toccato il divino Bambino.
In conformità con tale versione si trovano sui presepi orientali più levatrici di Maria (lavandaie) che, dopo aver lavato il Bambino, stendono ad asciugare i panni del parto, il cui candore è suggestivo per un confronto con la verginità di Maria.

LA ZINGARA:

Zingara del presepecom’è noto, è personaggio profetico collegato alle sibille profetesse che nelle sacre rappresentazioni medievali assumevano ruolo primario. Alla Sibilla Cumana la tradizione attribuiva una leggenda natalizia. Ella aveva predetto la nascita del Redentore, illudendosi di essere la vergine designata che lo avrebbe partorito.
Quando udí gli angeli annunziare la nascita di Cristo, si rese conto del suo peccato di presunzione e fu trasformata in uccello notturno, o addirittura in civetta. LA ZINGARA COL BAMBINO IN BRACCIO può essere correlata non solo alla FUGA IN EGITTO di Maria che era, ella stessa, zingara in un paese straniero, ma anche a un mito legato a un’antica divinità solare molto simile alla natura del Bambino della tradizione cristiana. Si narra di una donna vergine, chiamata STEFANIA, che, quando nacque il Redentore, si incamminò verso la grotta per adorarlo, ma ne fu impedita dagli angeli che vietavano alle donne non sposate di visitare la Madonna che aveva da poco partorito.
Allora Stefania prese una pietra, l’avvolse nelle fasce fingendosi
madre e, ingannando gli angeli, riuscì a entrare nella grotta il giorno successivo.
Ma quando fu alla presenza di Maria, si compí un miracoloso prodigio: la pietra starnutí e divenne un bambino, santo Stefano, il cui natalizio si festeggia appunto il 26 dicembre. Il personaggio della zingara senza il bambino in braccio assume un significato drammatico perché preannunzia la Passione di Cristo.
I ferri che ella porta nelle mani vogliono simboleggiare i chiodi del futuro martirio del Signore.

IL PESCATORE e IL CACCIATORE:

esprimono due tipi di cultura successivi alla società matriarcale: la pesca e la caccia, le piú antiche attività con cui l’uomo si assicurò i mezzi di sussistenza.
Interessante per la valenza che esprime è il costume del pescatore. Esso, connotato dal colore bianco e rosso, mostra attinenza con la piú antica liturgia del mondo popolare, non soltanto napoletano, e risulta collegabile allo stesso costume tipico dei fujenti della Madonna dell’Arco.
Al cacciatore che di solito imbraccia un fucile non è mai mancato l’ironico commento dei piccolo-borghesi napoletani che ignorando il
senso culturale e metastorico della rappresentazione, ne hanno rilevato il contraddittorio anacronismo. Ma si tratta dell’arroganza e della presunzione di una classe che ha sempre preteso di gestire la cultura, interpretandone i segni e le espressioni dall’alto della propria superficialità. Le figure in coppia del cacciatore e del pescatore rinviano ad arcaiche rappresentazioni del ciclo morte-vita, giorno-notte, estate-inverno.
La pregnanza simbolica dei due personaggi è sottolineata, nella rappresentazione presepiale, dalla loro posizione che può dirsi canonica: vale a dire che il cacciatore si colloca in alto, mentre il pescatore è situato in basso, presso le acque fluviali. Tale contrapposizione evidenzía chiaramente la dualità sacrale di una coppia attinente al mondo celeste e a quello infero. Né si dimentichi che in tutte le antiche tombe egizie, etrusche e italiche sono ricorrenti le raffigurazioni funerarie della caccia e della pesca.

I VENDITORI DEL PRESEPE:

VERDUMMARO (erbivendolo), del VINAIO, del MACELLAIO, del FRUTTIVENDOLO, del VENDITORE DI CASTAGNE, del PANETTIERE, dell’ARROTINO, del VENDITORE DI RICOTTA E DI FORMAGGI, del SALUMIERE, del POLLIERE, del PESCIVENDOLO, del VENDITORE DI UOVA.
Ma mettendo in relazione le loro attività lavorative col periodo calendariale in cui esse si svolgono, è possibile interpretare quei personaggi come personificazioni dei Mesi, che nei cortei carnevaleschi si presentano in tal modo:
Gennaio macellaio o salumiere;
Febbraio venditore di ricotta e formaggio;
Marzo pollivendolo e venditore di uccelli;
Aprile venditore di uova;
Maggio rappresentato da una coppia di sposi recanti un cesto di ciliegie e di frutta;
Giugno panettiere o farinaro;
Luglio venditore di pomodori;
Agosto venditore di cocomeri;
Settembre venditore di fichi o seminatore;
Ottobre vinaio o cacciatore;
Novembre venditore di castagne;
Dicembre pescivendolo o pescatore

I GIOCATORI DI CARTE:

I due compari presepe«’e duie cumpare, zi’ Vicienzo e zi’ Pascale».
La loro precisa denominazione era attinente al Carnevale, chiamato in Campania «Vincenzo», e alla Morte, il cui nome era «Zi’ Pascale» (difatti, al cimitero delle Fontanelle, si mostrava un cranio indicato, per l’appunto, come « a capa e zi’ Pascale», al quale si attribuivano poteri vaticinanti, al punto che gli si chiedevano pronostici per il gioco del Lotto).
C’è da aggiungere che I DUE COMPARI soprannominati comunemente «i San Giovanni» si riferiscono ai due solstizi: 24 dicembre e 24 giugno.

BENINO:

Benino del presepe napoletanoil pastorello raffigurato in atto di dormire, che, per gli interessanti significati a lui connessi è personaggio di primaria importanza.
Collocato sul punto piú alto del presepe, simboleggia il cammino esoterico verso la grotta, il percorso in discesa attraverso il sogno, il viaggio compiuto da un giovinetto, da una guida iniziatica, da un bambino. In base a questa raffigurazione il senso del Natale è comprensibile solo mediante un viaggio onirico effettuato con la guida di un animo visionario che sprofonda nel mondo interiore della conoscenza. Alla fine del viaggio, superate le paure e le varie
tappe, tale personaggio, dinanzi alla grotta della Nascita, o della ri-Nascita, può identificarsi col cosiddetto PASTORE DELLA MERAVIGLIA, che, accecato dalla rivelazione, posseduto dionisiacamente dalla luce stessa, non trova parole per esprimerla.
Ed ecco che, quasi come un fujente di Santa Maria dell’Arco in vista del numinoso, egli si abbandona al primigenio gesto di spalancare la bocca per gridare il suono muto e ineffabile della meraviglia al cospetto del meraviglioso.
Come a dire: chi ha orecchie per udire, oda.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *